(Racconto scritto a quattro mani con Rossella Pirillo. Selezionato dalla Giuria del Premio ''Luccautori 2003" e pubblicato sull'antologia "RACCONTI NELLA RETE 2003", Newton Compton Editori)
Gooooool. Paolo segna sempre. Lui e la sua banda non mi fanno mai giocare con loro, però sono davvero più bravi di me. E poi non è così male guardare le loro partite stando in groppa al leone in pietra che protegge l'ingresso della parrocchia di San Giustino. Un bel leone grigio e caldo e con una criniera tutta riccioli come le parrucche di quei signori nei libri. Oggi non sono solo. Sull'altro leone, a cavalcioni come me, c'è un signore che mi sorride. Chissà che vuole. Faccio finta di non averlo visto, magari va via.
Gli indiani vincono: hanno ucciso già tre cowboy. Uno è caduto dalla schiena del leone e il signore si è precipitato per raccoglierlo, ma sono riuscito a fare prima di lui. Ci tengo ai miei soldatini. Quando ci siamo guardati mi è quasi dispiaciuto non averglielo lasciato prendere. I suoi occhi mi ricordano un po’ quelli della mamma quando mi dice che non è bello star soli, vengono brutti pensieri, ci si innervosisce e tutto diventa pesante, e poi mi dice esci, vai a giocare con i tuoi amici.
Forse lui voleva solo vedere che pistola usava il cowboy. Allora facciamo così gli dico, io gli indiani e tu i cowboy. Sorride e iniziamo a giocare. Sta sempre in silenzio e per ogni cowboy che faccio fuori si tocca con un dito quella strana cicatrice che ha sulla fronte. La mamma mi ha insegnato a non fare domande su queste cose. Sembra davvero che si stia divertendo con me. Mi ero stufato di avere sia i cowboy che gli indiani. Da solo vinco sempre, ma non mi diverto. Non è come quando Paolo fa gol. L'ho fatto nero! Lui guarda l’orologio e mi accorgo che è tardi. Meglio tornare a casa. Vado via salutandolo e gli lascio un cowboy e un indiano. Mi sorride e torna ad appoggiarsi al suo leone. Mentre mi allontano mi volto per salutare Paolo e gli altri. Grido ma non mi sentono. Lui invece è lì che mi osserva mentre mi allontano e agita la mano. E' simpatico.
Le polpette che fa la mamma sono davvero buone. E' bello mangiarle insieme a lei. Il papà rientra sempre tardi e io già sto dormendo quando lui inizia a cenare. Lo so perché in genere mi sveglio quando urla qualcosa di brutto contro la mamma. Mi sono abituato ormai, speriamo si sia abituata anche lei. Chissà se il mio amico ci sarà domani.
Il latte caldo non mi piace. La mamma dice che è importante fare un'abbondante colazione. C'è il calcio che è fondamentale per la crescita. Esco di casa per andare a scuola. Lui è lì, appoggiato al muretto che separa la strada dal fiume. Appena mi vede uscire di casa mi sorride, si alza in piedi e si incammina con me. Gli racconto dell'ultima lite del papà con la mamma. Lui mi ascolta in silenzio e non sorride. Quando siamo quasi davanti al cancello mi fa l'occhiolino dandomi una pacca sulla spalla come per dire non ti preoccupare, tutto si aggiusterà, sei un bravo bambino, e il mio cuore diventa più grande. Dietro di me spunta Paolo con un sorriso di scherno. Di solito fa così quando riesce a rubarmi il panino dalla cartella. Deve esserci riuscito ancora. Meglio star zitto, forse oggi mi fanno giocare a pallone con loro.
La maestra mi ha mandato nuovamente dietro la lavagna. Si arrabbia sempre perché anziché stare attento alla lezione mi distraggo disegnando. Amo disegnare. Da grande farò il pittore.
La mamma oggi non è stata brava in cucina. Piange e non volevo farla pensare alla minestra un po’ salata, così non dico niente e mangio. Mentre mando giù un cucchiaio di zuppa e un sorso d'acqua lo vedo dietro la finestra. Lui è proprio lì e guarda attraverso il vetro. Guarda la mamma. Ma piange anche lui? Piangono tutti oggi.
Voglio fare in fretta a finire i compiti. Giorgio va dal dentista: forse Paolo mi farà giocare a pallone con loro.
Esco di casa. Lui è appoggiato al muretto. Mi sta aspettando. Sono contento di vederlo ancora. Mi piace passeggiare con lui, anche se non dice mai nulla. E' bello il suo sorriso, mi fa compagnia. E' un sorriso speciale. E' come se non vedesse me, ma qualcuno molto meglio di me.
Arriviamo in piazzetta. Paolo ha appena fatto gol. Gli altri lo portano in trionfo, neanche avesse vinto la Coppa delle Coppe. E’ buffo vedere la disperazione di Antonello. Lui è ciccione e lo mettono sempre in porta. Ogni partita Paolo gli segna almeno cinque gol. Ma almeno Antonello gioca.
Che bello, mi chiedono se voglio giocare. Il mio amico mi sorride soddisfatto e va ad appoggiarsi al suo leone. Farà il tifo per me, almeno lui. Gioco contro Paolo, che mi guarda con disprezzo. Finalmente mi passano la palla e provo ad avvicinarmi alla porta avversaria. Paolo mi spinge facendomi cadere a terra.
Sono sul letto con la mamma seduta al mio fianco che fa la maglia. Mi sono fatto una bella ferita sulla fronte cadendo. Sette punti. Lui ha sorriso quando mi ha visto e si è toccato di nuovo la cicatrice. Non è la sola cosa strana, l’unico segno. Io cresco e lui sembra sempre più giovane.
* * *
Il mio atelier è in Saint Denis e non ho problemi a vendere i miei quadri. Sono riconoscibili e abbastanza strani. Affascinanti, dicono. Sempre il leone blu, con una criniera di riccioli che sembra una parrucca settecentesca e una profonda ruga sulla fronte, almeno dicono così, ma io so che è una cicatrice. A volte il leone piange, a volte fa la maglia.
Ho appena finito l'ultimo e credo sia uno dei migliori. Il leone questa volta ha un bambino tra le fauci. Lo tiene delicatamente fra le zanne, come se sorridesse. Ci sono dei soldatini sparsi per terra, indiani e cowboy.
Posso andare a lavarmi le mani con la trielina. Allo specchio vedo la mia fronte macchiata di blu e quel bimbo senza cicatrice dietro di me. Mi sorride mentre passo lo straccetto sulla fronte. Ha un pallone sotto il braccio.

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