venerdì 18 maggio 2007

CARTONI ANIMATI (Un sogno speciale)

Quando il piccolo Goran riaprì i suoi due grandi occhi blu, aveva ben chiaro in mente il sogno speciale che quella notte gli aveva regalato, ma si rese subito conto che, con il passare degli istanti, tanti particolari cominciavano a svanire. Cercò così di fissarli nella sua mente per trattenerli a lungo, almeno per l’intera giornata, e lo fece a voce alta, tentando di escludere tutti i rumori e le luci che avrebbero potuto distrarlo.

"Allora... ero ancora bambino (adesso era un ometto, 12 o 13 anni, chissà)
e facevo colazione mentre la mamma riempiva la lavatrice, e si arrabbiava con me per delle macchie d’erba sulle ginocchia dei pantaloni.
Poi mi accompagnava a scuola dove c’era la maestra ad aspettarci all’ingresso.
Poi facevamo ricreazione.
Poi ginnastica.
Poi papà veniva a riprendermi e tornavamo assieme a casa con la nostra lussuosissima Fiat Ritmo con i cerchi in lega.
Poi a casa c’era la mamma che ci aspettava con il pranzo già pronto.
Poi guardavo i cartoni animati alla tv.
Poi... poi...".

Erano finiti i poi. Solo nebbia, l’altra parte del sogno era già volata via, ma quello che era riuscito a trattenere nella sua mente era già abbastanza. Proprio un bel sogno. Poteva alzarsi ora, e aveva gli angoli della bocca rivolti leggermente verso l’alto, a disegnare un sorriso vero.

I suoi grandi occhi blu erano divertiti e sembravano guardare ancora quei cartoni animati, mentre spostava i cartoni inanimati che lo avevano protetto da quella che era stata una delle notti più fredde in quella che forse non sarebbe mai riuscito a sentire come la sua città, ma nella quale ormai viveva già da cinque o sei giorni. Ripose con ordine i cartoni in una rientranza tra le pietre del ponte che lo riparava dalla pioggia (almeno da quella), prese per lo spago, che aveva adattato a manico, un vecchio secchio che forse un giorno era stato blu, controllando che all’interno ci fosse anche la sua vecchia spugna secca, e iniziò a camminare, sperando di trovare un semaforo dove il rosso durasse un po’ più a lungo.

Camminando nella nebbia scalciava una lattina di birra vuota e canticchiava il motivo di una vecchia filastrocca: l’unico ricordo che aveva ancora della sua mamma, o forse era di qualche suora.

1 commento:

Anonimo ha detto...

I bei sogni accompagnano spesso le giornate. Scrivesti come davvero avrebbe parlato un piccolo, quel continuo "poi" incalzante rincorrere il tempo, per vivere ciò che gli da quel pò di felicità.
Trattenute le lacrime, mi piacerebbe un continuo.
tua affezionata.
Da.