
(Racconto pubblicato sull'antologia - curata da Massimo Avenali - "ENTRATA D'EMERGENZA - Dodici nuovi accessi all'Abruzzo", Giulio Perrone Editore)
Non so come mi ritrovo appoggiata a questo albero, ma riprendo fiato, devo. Sento i miei polmoni riempirsi, cercano più aria, e ancora di più. Un capezzolo è quasi completamente distaccato dal mio seno, ma la paura copre il dolore. Di nuovo il rumore dei suoi passi sulle foglie. Devo scappare. La vegetazione di questo maledetto bosco non sembra volersi diradare, e ogni arbusto che incrocia la mia disperazione diventa una frustata sulla carne nuda. Sento le lacrime ghiacciarsi sulla guance mentre i rovi, come chiodi, mi trafiggono la pelle. Mi volto per cercare di sconfiggere il buio e misurare la distanza che mi separa da quel pazzo, proprio mentre una maledetta radice mi avvinghia il piede. Cado a terra, con il viso che finisce in una pozza di fango. Di nuovo solo il rumore del mio respiro. Forse si è stancato, forse ha sbagliato direzione e sono salva. Resto distesa e cerco di ascoltare anche il minimo rumore, il minimo fruscio. Mi rendo conto di essere completamente sfigurata. Mi tocco il viso e sento la pelle lacerata dai rovi e forse dal suo coltello. Ho il corpo ricoperto di sangue e fango, ma non sento dolore. Niente di niente. Neanche il rumore dei passi. Non ricordo nulla di quando mi ha spogliato, non ricordo se mi ha colpito, ma vedo i segni delle sue mani sui miei polsi. So per certo di essere stata violentata, e tremo, tremo ancora e piango.
Poi il respiro si calma, e io con lui. Mi appoggio, esausta, al tronco di un albero, e mi rialzo. Sento la sua corteccia ruvida e fredda sulla pelle, la sento mia amica. Forse sono salva. Solo una speranza, solo un’illusione. Una mano mi afferra per i capelli. La mia faccia sbatte contro il tronco. Sento il sopracciglio aprirsi mentre cado di nuovo a terra. Lui è lì, davanti a me. Si china, mi solleva il capo e mi accarezza il collo con la lama del suo coltello. L’espressione del suo viso è fredda. Non un’alterazione nel suo respiro mentre si sbottona i pantaloni, di nuovo. Sento quella lama ghiacciata non più sulla pelle ma dentro la carne e un fiotto di sangue sul piede mi ricorda l’ormai dimenticata sensazione del calore. E’ tardi ormai quando sento un suono familiare, sempre più acuto, sempre più vicino. Sempre più vicino. La vista, ormai appannata, sfuma dal mio piede in una pozza di sangue, a una visione che prende sempre più forma. Nell’oscurità solo il rosso, che comincia a materializzare un’immagine. No, sono numeri, e lampeggiano:
7:00
Aprì completamente gli occhi e disattivò la sveglia.
Ancora quell’incubo. Erano passati tre anni ormai. Continuava a sognare la morte della sua ragazza. Violentata e uccisa. Nel suo sogno lui era lei. Viveva l’angoscia della sua donna sentendola sua. Mai abbastanza, pensava.
Si alzò e andò in cucina. Preparò la caffettiera e mentre aspettava accese il televisore e la prima sigaretta. Solo pubblicità, ma fanno compagnia anche le televendite di materassi quando non si è ancora completamente svegli.
Fuori dalla finestra il sole cominciava ad accendere di rosa il Gran Sasso. Aveva amato quella montagna, fino a tre anni prima. D’Annunzio definiva quel monte come “la bella addormentata” perché guardandolo da Pescara somigliava al profilo di una donna distesa su un fianco. Lui guardò la montagna da quella stessa prospettiva, e vide la sua compagna. Era ancora una volta distesa e fiera di sé. Della sua bellezza. Della sua grazia e della sua totale armonia. Carezzò i suoi fianchi disegnando quel profilo sul vetro appena appannato della finestra. Carezzò il suo seno poi si soffermò sul viso. Sulla vetta del monte. Maledetto Gran Sasso. Proprio lì la morte l’aveva trovata.
Il borbottio della caffettiera lo catturò, finalmente.
Ancora buio. Sempre più buio intorno.
Seduto sul divano in similpelle verde sorseggiò il suo caffè, accese ancora una sigaretta e gettò il fiammifero ancora vivo nel posacenere. La piccola stecca di legno scivolò sui tanti mozziconi e, ormai spenta, finì sul tavolo a far compagnia alla cenere e ad altre vecchie macchie.
Aspirò un’ampia boccata sfiorando con le labbra le dita ingiallite e si guardò attorno, avvolto da una luce fioca e dall’ormai densa cortina di fumo che rendeva quasi palpabile l’aria nella stanza. Immaginò di trovarsi in un vecchio bar, negli anni ’50. Gli sembrò addirittura di sentire un pianista intonare un vecchio motivo, gli avventori ridere e scherzare. Invece si trovava, solo, nel suo freddo appartamento preso in affitto poco prima che la sua donna morisse e che presto avrebbe dovuto lasciare. Il padrone di casa gli aveva appena dato lo sfratto. Troppe mensilità in arretrato. Che se lo riprenda, pensò.
Quando il suo sguardo, apparentemente assente e intento ad accompagnare i suoi pensieri altrove, si poggiò sulla parete alla sua destra, di colpo ebbe un sobbalzo. Quasi un brusco risveglio. Un ritorno alla realtà.
Vide una porta su una parete sino a quel momento vuota. Una porta verso cosa?
Quella porta non c’era mai stata. Non riusciva a capacitarsene, invece era lì.
Pensò di impazzire. Guardò ancora la porta. La porta guardò lui. Una semplicissima porta in legno. Maniglia in alluminio e serratura in ottone. Una sola anomalia: quella porta non doveva essere lì.
Si alzò, dopo aver acceso l’ennesima sigaretta. Dopo aver arricchito il suo cimitero di fiammiferi e mozziconi stanchi. Lo fece lentamente, cercando di non far rumore. Aveva, forse, paura che la porta si svegliasse. Ma doveva aprirla. Doveva avere la certezza che dietro quella porta ci fosse solo un muro, solo il nulla. Di più: doveva avere la certezza che, toccandola, la porta sarebbe svanita come una qualsiasi banalissima allucinazione.
Sfiorò la maniglia, ma la porta non scomparve. La strinse nella mano, una maniglia fredda. Morta. Iniziò ad abbassarla lentamente, tendendo l’orecchio verso il legno screpolato. Oltre la porta voci di bambini che correvano. Immediatamente lasciò la presa e indietreggiò, sconvolto.
C’era qualcosa oltre la porta. C’era qualcuno oltre la porta.
Tornò sul divano, tremando.
Infilò la mano nella tasca del pantalone e ne tirò fuori un rosario. Cominciò a consumarne i grani sussurrando qualche preghiera, distrattamente. Il suo pensiero non era rivolto a Dio, ma al modo in cui quella porta potesse essere comparsa dal nulla. Al perché. Quella porta verso cosa?
Si alzò e appese il rosario all’unico oggetto che emergeva dalla porta, un chiodo arrugginito puntato proprio al centro. Si avvicinò, senza mai dare le spalle all’intrusa, alla cassettiera che stava al suo fianco. Aprì un cassetto e prese la sua vecchia pistola a tamburo. La pistola e il rosario lo avrebbero protetto dalla porta. Da quello che celava. Poi tornò sul divano, a pregare e a bestemmiare.
Qualche settimana dopo qualcuno si accorse del fetore. Nei grandi palazzi succede sempre così. Si sentono tanto i rumori, ma non si sentono i dolori. Qualche volta, poi, si sentono gli odori.
Quando i vigili del fuoco buttarono giù la porta d’ingresso lo trovarono seduto sul divano. Con un buco sulla tempia.Il più giovane dei vigili, tra i vari frammenti di legno sparsi sul pavimento, si accorse del rosario. Si tolse un guanto, baciò la mano destra, si chinò e lo raccolse. Lo guardò, immerso nello strano silenzio che raramente riesce a riempire una stanza già piena di gente, prima di poggiarlo sul ripiano di una vecchia libreria con qualche libro e tanta polvere. Poi guardò l’uomo sul divano prima di uscire dall’appartamento. Un’ultima volta.
Non so come mi ritrovo appoggiata a questo albero, ma riprendo fiato, devo. Sento i miei polmoni riempirsi, cercano più aria, e ancora di più. Un capezzolo è quasi completamente distaccato dal mio seno, ma la paura copre il dolore. Di nuovo il rumore dei suoi passi sulle foglie. Devo scappare. La vegetazione di questo maledetto bosco non sembra volersi diradare, e ogni arbusto che incrocia la mia disperazione diventa una frustata sulla carne nuda. Sento le lacrime ghiacciarsi sulla guance mentre i rovi, come chiodi, mi trafiggono la pelle. Mi volto per cercare di sconfiggere il buio e misurare la distanza che mi separa da quel pazzo, proprio mentre una maledetta radice mi avvinghia il piede. Cado a terra, con il viso che finisce in una pozza di fango. Di nuovo solo il rumore del mio respiro. Forse si è stancato, forse ha sbagliato direzione e sono salva. Resto distesa e cerco di ascoltare anche il minimo rumore, il minimo fruscio. Mi rendo conto di essere completamente sfigurata. Mi tocco il viso e sento la pelle lacerata dai rovi e forse dal suo coltello. Ho il corpo ricoperto di sangue e fango, ma non sento dolore. Niente di niente. Neanche il rumore dei passi. Non ricordo nulla di quando mi ha spogliato, non ricordo se mi ha colpito, ma vedo i segni delle sue mani sui miei polsi. So per certo di essere stata violentata, e tremo, tremo ancora e piango.
Poi il respiro si calma, e io con lui. Mi appoggio, esausta, al tronco di un albero, e mi rialzo. Sento la sua corteccia ruvida e fredda sulla pelle, la sento mia amica. Forse sono salva. Solo una speranza, solo un’illusione. Una mano mi afferra per i capelli. La mia faccia sbatte contro il tronco. Sento il sopracciglio aprirsi mentre cado di nuovo a terra. Lui è lì, davanti a me. Si china, mi solleva il capo e mi accarezza il collo con la lama del suo coltello. L’espressione del suo viso è fredda. Non un’alterazione nel suo respiro mentre si sbottona i pantaloni, di nuovo. Sento quella lama ghiacciata non più sulla pelle ma dentro la carne e un fiotto di sangue sul piede mi ricorda l’ormai dimenticata sensazione del calore. E’ tardi ormai quando sento un suono familiare, sempre più acuto, sempre più vicino. Sempre più vicino. La vista, ormai appannata, sfuma dal mio piede in una pozza di sangue, a una visione che prende sempre più forma. Nell’oscurità solo il rosso, che comincia a materializzare un’immagine. No, sono numeri, e lampeggiano:
7:00
Aprì completamente gli occhi e disattivò la sveglia.
Ancora quell’incubo. Erano passati tre anni ormai. Continuava a sognare la morte della sua ragazza. Violentata e uccisa. Nel suo sogno lui era lei. Viveva l’angoscia della sua donna sentendola sua. Mai abbastanza, pensava.
Si alzò e andò in cucina. Preparò la caffettiera e mentre aspettava accese il televisore e la prima sigaretta. Solo pubblicità, ma fanno compagnia anche le televendite di materassi quando non si è ancora completamente svegli.
Fuori dalla finestra il sole cominciava ad accendere di rosa il Gran Sasso. Aveva amato quella montagna, fino a tre anni prima. D’Annunzio definiva quel monte come “la bella addormentata” perché guardandolo da Pescara somigliava al profilo di una donna distesa su un fianco. Lui guardò la montagna da quella stessa prospettiva, e vide la sua compagna. Era ancora una volta distesa e fiera di sé. Della sua bellezza. Della sua grazia e della sua totale armonia. Carezzò i suoi fianchi disegnando quel profilo sul vetro appena appannato della finestra. Carezzò il suo seno poi si soffermò sul viso. Sulla vetta del monte. Maledetto Gran Sasso. Proprio lì la morte l’aveva trovata.
Il borbottio della caffettiera lo catturò, finalmente.
Ancora buio. Sempre più buio intorno.
Seduto sul divano in similpelle verde sorseggiò il suo caffè, accese ancora una sigaretta e gettò il fiammifero ancora vivo nel posacenere. La piccola stecca di legno scivolò sui tanti mozziconi e, ormai spenta, finì sul tavolo a far compagnia alla cenere e ad altre vecchie macchie.
Aspirò un’ampia boccata sfiorando con le labbra le dita ingiallite e si guardò attorno, avvolto da una luce fioca e dall’ormai densa cortina di fumo che rendeva quasi palpabile l’aria nella stanza. Immaginò di trovarsi in un vecchio bar, negli anni ’50. Gli sembrò addirittura di sentire un pianista intonare un vecchio motivo, gli avventori ridere e scherzare. Invece si trovava, solo, nel suo freddo appartamento preso in affitto poco prima che la sua donna morisse e che presto avrebbe dovuto lasciare. Il padrone di casa gli aveva appena dato lo sfratto. Troppe mensilità in arretrato. Che se lo riprenda, pensò.
Quando il suo sguardo, apparentemente assente e intento ad accompagnare i suoi pensieri altrove, si poggiò sulla parete alla sua destra, di colpo ebbe un sobbalzo. Quasi un brusco risveglio. Un ritorno alla realtà.
Vide una porta su una parete sino a quel momento vuota. Una porta verso cosa?
Quella porta non c’era mai stata. Non riusciva a capacitarsene, invece era lì.
Pensò di impazzire. Guardò ancora la porta. La porta guardò lui. Una semplicissima porta in legno. Maniglia in alluminio e serratura in ottone. Una sola anomalia: quella porta non doveva essere lì.
Si alzò, dopo aver acceso l’ennesima sigaretta. Dopo aver arricchito il suo cimitero di fiammiferi e mozziconi stanchi. Lo fece lentamente, cercando di non far rumore. Aveva, forse, paura che la porta si svegliasse. Ma doveva aprirla. Doveva avere la certezza che dietro quella porta ci fosse solo un muro, solo il nulla. Di più: doveva avere la certezza che, toccandola, la porta sarebbe svanita come una qualsiasi banalissima allucinazione.
Sfiorò la maniglia, ma la porta non scomparve. La strinse nella mano, una maniglia fredda. Morta. Iniziò ad abbassarla lentamente, tendendo l’orecchio verso il legno screpolato. Oltre la porta voci di bambini che correvano. Immediatamente lasciò la presa e indietreggiò, sconvolto.
C’era qualcosa oltre la porta. C’era qualcuno oltre la porta.
Tornò sul divano, tremando.
Infilò la mano nella tasca del pantalone e ne tirò fuori un rosario. Cominciò a consumarne i grani sussurrando qualche preghiera, distrattamente. Il suo pensiero non era rivolto a Dio, ma al modo in cui quella porta potesse essere comparsa dal nulla. Al perché. Quella porta verso cosa?
Si alzò e appese il rosario all’unico oggetto che emergeva dalla porta, un chiodo arrugginito puntato proprio al centro. Si avvicinò, senza mai dare le spalle all’intrusa, alla cassettiera che stava al suo fianco. Aprì un cassetto e prese la sua vecchia pistola a tamburo. La pistola e il rosario lo avrebbero protetto dalla porta. Da quello che celava. Poi tornò sul divano, a pregare e a bestemmiare.
Qualche settimana dopo qualcuno si accorse del fetore. Nei grandi palazzi succede sempre così. Si sentono tanto i rumori, ma non si sentono i dolori. Qualche volta, poi, si sentono gli odori.
Quando i vigili del fuoco buttarono giù la porta d’ingresso lo trovarono seduto sul divano. Con un buco sulla tempia.Il più giovane dei vigili, tra i vari frammenti di legno sparsi sul pavimento, si accorse del rosario. Si tolse un guanto, baciò la mano destra, si chinò e lo raccolse. Lo guardò, immerso nello strano silenzio che raramente riesce a riempire una stanza già piena di gente, prima di poggiarlo sul ripiano di una vecchia libreria con qualche libro e tanta polvere. Poi guardò l’uomo sul divano prima di uscire dall’appartamento. Un’ultima volta.

1 commento:
'sto ragazzo è grande...
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